Belfast in black taxi

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Black taxi, Belfast © Andrea Lessona

Black taxi, Belfast © Andrea Lessona

Dal finestrino del black taxi vedo i murales di Falls Road scorrere come in un film: raccontano la storia di Belfast e dell’Irlanda del Nord. Colori vividi che fissano gli ultimi quarant’anni di questa città e di questa terra sfregiate dai Troubles, i disordini tra la comunità cattolico nazionalista e quella protestante unionista, iniziati alla fine degli Anni 60.

“Oggi non è più come allora, per fortuna tante cose sono cambiate” mi dice l’autista guardandomi nello specchietto retrovisore. “Nell’ultimo periodo, la situazione è molto migliorata. E, nonostante qualche episodio, speriamo migliori ancora”. Lo dice con la convinzione della speranza che si respira tra la gente e tra le strade della capitale nord-irlandese. A cominciare da Donegal Square.

È lì nel cuore di Belfast che sono salito sul black taxi, mentre lento passava davanti al Municipio. Mi è bastato alzare la mano e il mezzo ha accostato. Dal finestrino abbassato mi sono accordato con il conducente sul giro da fare e il prezzo.

E poi via verso l’ovest della città, la zona confine dove la Peace line, eretta negli anni 70 durante i Troubles, si alza per sei metri e si distende per quattro chilometri, dividendo ancora le due comunità. Così come durante gli anni più feroci dello scontro, la macchina ha costeggiato il muro della Pace dalla parte di Falls Road.

In quel tempo i cab avevano sostituito i classici bus: la loro circolazione era stata vietata dopo che alcuni combattenti li avevano usati come barricate bloccando le strade, facendone veri e propri posti di blocco dietro cui nascondersi dai proiettili dalle forze dell’ordine e lanciare pietre.

Fu così che i black taxi divennero l’unico mezzo di trasporto collettivo per tornare a casa dal centro. Ma con distinzioni precise: quelli con permesso di circolazione arancione entravano solo a Shankill Road, quelli con permesso di circolazione verde solo a Falls Road, la zona dove mi trovo ora. Oggi sono un modo alternativo e utile per conoscer queste zona di Belfast e la sua storia.

Sempre guardandomi nello specchietto retrovisore, il driver mi spiega col suo accento stretto, a volte incomprensibile, che quel muro lì è il Solidarity Wall, una collezione di murales che esprimono la solidarietà dei repubblicani nord-irlandesi con i curdi i baschi e i palestinesi.

Svoltando all’angolo di Sevastopol Street, il black taxi arriva davanti alla sede dello Sinn Féin, il partito cattolico nazionalista: l’edificio di mattoni rossi è famoso per il murales di Bobby Sands, l’allodola d’Irlanda. Il suo volto sorridente è accompagnato dalla scritta: “la nostra vendetta è il riso dei nostri figli”.

L’autista accelera in silenzio e in poco tempo mi porta a Isladbawn. Sulla destra vedo il Plastic Bullet Mural: ricorda le 17 persone uccise dai proiettili di plastica sparati dalle forze dell’ordine. Otto erano bambini. Due vie più avanti, a Beechmont Ave c’è un grande dipinto con la scritta “Free Ireland”.

Nonostante non l’avessi concordato chiedo al conducente se, aggiungendo qualche sterlina al compenso pattuito, possa portarmi anche a Shankill Road. Dopo un istante di esitazione mi guarda fisso attraverso lo specchietto e con un cenno del capo in segno di assenso, pigia l’acceleratore e fa volare la sua macchina.

Il quartiere protestante unionista è un brulicare di bandiere britanniche appese ovunque: la Union Jack si trova sui muri delle case, sugli edifici, su fili stesi nel cielo tra un’abitazione e un’altra. Addirittura sui marciapiedi. Molto artistici e ricchi di simboli, qui i murales sono parecchio diversi da Falls Road. Il più ricorrente è la mano rossa dell’Ulster con sotto la scritta: “No surrender”.

Proseguendo il tour, il driver mi porta dove le case si stringono in vie strette: sui muri l’effigie di Oliver Cromwell è la più ricorrente come quelle dei membri dei corpi paramilitari unionisti e dei soldati britannici. In passato erano loro a presidiare le aree calde in città e in tutta l’Irlanda del Nord.

Arrivati qui come forza di interposizione e salutati come garanti sono diventati negli anni il terrore dei cattolici nazionalisti. Sino a quando non se ne sono andati per sempre restituendo Belfast ai suoi abitanti.

Il black taxi esce da Shankill Road e imbocca la strada verso Donegal Square. Dallo specchietto retrovisore l’autista mi guarda un’ultima volta: occhi negli occhi mi dice soddisfatto e più sereno: “è andata bene”.

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