Silvia Calamati: io e le donne dell’Irlanda del Nord

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“Io non ho scelto l’Irlanda. E’ l’Irlanda che ha scelto me”. La voce di Silvia Calamati vibra di emozione quando parla della sua Isola. Emozioni che, insieme a un dolore profondo, ha vissuto e scritto in Figlie di Erin, libro contro il silenzio sulla guerra nord-irlandese.

Sono pagine dense di storie vere che ti spaccano il cuore e rovesciano lo stomaco. Con uno stile asciutto, concreto, vibrante, ha raccolto e raccontato Voci di donne dell’Irlanda del Nord, come riporta il sottotitolo di questo tascabile, edito dall’Edizioni Associate.

Le chiedo cosa e perché spinge una donna italiana, reporter, a raccontare i Troubles, trent’anni di Disordini che hanno sconvolto e dilaniato un Paese.

“Quando andai lassù la prima volta, non ero una giornalista, ma una studentessa. Era il 1982. Un anno prima, il telegiornale aveva annunciato la morte di Bobby Sands, insieme ad altri dieci compagni, nel carcere di Long Kesh, per lo sciopero della fame. Volevo capire cosa aveva spinto questi ragazzi, poco più grandi di me, a un gesto simile. Fu quella la prima scintilla”.

“Partii da sola, scarpe da ginnastica e sacco a pelo. Ricordo che dopo essere arrivata a Dublino, presi il bus per il Nord. Pregai l’autista di avvisarmi quando stavamo per passare il confine. Se ne dimenticò, e io mi accorsi di essere dall’altra parte guardando fuori dal finestrino: vidi la bandiera britannica attaccata a un albero”.

“Non capivo perché uno stato volesse dimostrare che anche la natura doveva appartenergli. Dopo cinque ore di un viaggio interminabile arrivai nella città di Derry. Intorno a me c’era una desolazione tremenda. Buchi di proiettili su muri. Un silenzio di guerra”.

Si ferma un attimo, riprende fiato, cercando, senza riuscirci, di lasciare l’emozione intensa che prova nel rivivere quei ricordi. E poi aggiunge:

“Dopo qualche giorno andai a Belfast sulla tomba di Bobby Sands. E quello fu un altro momento essenziale del mio rapporto con l’Irlanda”. Tanto da curare nel 1996 la traduzione di Un giorno della mia vita (Feltrinelli), proprio di Bobby Sands. Cui seguì Irlanda del nord, una colonia d’Europa (Edizioni Associate).

E sempre nella capitale, due anni dopo, accadde un episodio che la segnò per sempre.

“Era il 12 agosto del 1984. C’era una manifestazione contro l’internamento senza processo. In quel periodo migliaia di persone venivano private della possibilità di difendersi in tribunale e sbattute direttamente in cella. Durante gli scontri furono ferite dieci persone e un giovane di vent’anni venne ucciso. Sotto i miei occhi. Il poliziotto sparò un proiettile di plastica ad altezza uomo. Il capo della polizia, il giorno dopo, disse che il ragazzo era morto accidentalmente”.

La voce di Silvia Calamati si abbassa. Poi, riprende tono per dire che: “non potevo far finta di niente. Non potevo stare in silenzio. Non potevo essere complice di quel delitto. Era una questione di giustizia”.

Dopo alcuni mesi e molta fatica riesce a far pubblicare l’immagine di quel gesto criminale su un quotidiano italiano. E questo fatto le ha cambiato la vita.

“L’Irlanda del Nord degli anni 80 era uno stato senza rispetto per i diritti umani. In quel periodo, in mezzo alle bombe dell’Ira, imperversano gli Squadroni della Morte lealisti che assassinavano moltissimi cattolici nazionalisti. In gran parte civili innocenti. La gente poteva essere uccisa per strada, in casa propria, il giorno di Natale, mentre sotto l’albero aprivano i regali”.

“Il mio libro è una denuncia contro tutto questo. Contro il silenzio. Contro l’indifferenza generale. Volevo dare voce a chi voce non aveva. Volevo dare dignità alle persone. Volevo che esistessero”.

E così per anni, sempre da sola, registratore in mano, scarpe da ginnastica ai piedi, gira per Belfast e raccoglie testimonianze vere di donne che la violenza l’hanno incisa nell’anima.

Ma a farle decidere di mettere tutto su carta è un altro omicidio. Il 15 marzo del 1999, Rosemary Nelson, una avvocatessa che lavorava per la difesa dei diritti umani, viene uccisa a Lugran, vicino alla capitale. Mettono una bomba sotto la sua auto. Lei muore nell’esplosione.

Insieme ad altri colleghi, solo un anno prima, aveva firmato un documento contro il sistema giudiziario in Irlanda del Nord e l’immunità di cui godevano soldati e polizia. E nel settembre del ‘98 lo aveva presentato al Congresso degli Stati Uniti.

“Poco meno di un sospetto e venivi arrestato. Tenuto in carcere senza processo, spogliato degli abiti e della tua dignità. Torturato. Un potere assoluto. Inumano. Indegno di uno stato civile. Ma questa era la realtà. Questo era il mondo nord-irlandese”. Spiega Silvia Calamati.

Quell’ordigno che deflagra a migliaia di chilometri, le fa scattare dentro qualcosa che non può più tenere per sé. Prende i tanti nastri che conserva nell’archivio, e quelle voci che urlano nel suo cuore trovano un libro per essere raccontate.

Vuole combattere il vero vincitore di questa guerra: la disinformazione silenziosa. Quella che nega la verità agli abitanti dell’Irlanda del Sud, ai cittadini britannici, al mondo intero. A cui i media forniscono informazioni frammentarie e distorte.

Colpisce nel segno. Il suo libro vince l’11° Concorso Internazionale di Narrativa Storie di Donne, assegnato dalla Federazione Nazionale Liberi Circoli di Salerno.

Con il titolo Women’s stories from the north of Ireland (Beyond the Pale Publications) viene tradotto in inglese e supera il muro dell’indifferenza ritirando nel 2002 il Premio Internazionale Tom Cox Award per la sua attività di giornalista e scrittrice.

Lo scorso 1° dicembre vince ex equo l’VIII edizione del Premio di scrittura femminile Il Paese delle donne associato alla XIV Edizione del Premio Donna e Poesia.

“I riconoscimenti non sono importanti per me, ma per queste persone – dice Silvia Calamati: perché aiutano a tener vivo il ricordo. Perché le loro storie non vengano dimenticate. E sostengano il desiderio di avere giustizia per la morte dei propri congiunti in Irlanda del Nord”.

Già, l’Irlanda. Le chiedo che cosa sia l’Isola per lei, cui ha dedicato così intensamente se stessa.

“E’ parte di me. E’ nel mio dna. E’ molto impegno e fatica. E’ la storia. E’ la gente. La solidarietà tra le persone, la loro dignità, la loro grande voglia di vivere nonostante le difficoltà. E’ il cielo in cui tutto si specchia. Tutto si riflette”.

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